Non conta solo quanto digestato viene distribuito, ma quale azoto contiene e come viene gestito

Analisi del suolo e del sottosuolo - L.A.C. S.r.l.

Con l’approvazione del Programma d’Azione Nitrati 2024–2027, Regione Lombardia ha aggiornato il quadro di riferimento per la protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati di origine agricola. Il programma, approvato con DGR n. XII/3634 del 16 dicembre 2024 e successivamente aggiornato con DGR n. XII/4284 del 30 aprile 2025, disciplina l’utilizzo di effluenti di allevamento, digestati, fertilizzanti e altre matrici contenenti azoto.

Il punto centrale è chiaro: le sostanze nutritive contenute in queste matrici devono essere utilizzate in modo coerente con i fabbisogni delle colture, tutelando allo stesso tempo suolo, corpi idrici superficiali e sotterranei, e qualità dell’aria.

In questo scenario, il digestato assume un ruolo particolarmente rilevante. Non è più sufficiente considerarlo come il materiale in uscita da un impianto di digestione anaerobica: dal punto di vista tecnico e gestionale, è una matrice agricola contenente nutrienti, con un comportamento agronomico specifico e con potenziali impatti ambientali se non correttamente caratterizzata.

Perché il tema è così importante in Lombardia

La Lombardia rappresenta uno dei territori italiani più significativi per la produzione di biogas agricolo e biometano. La presenza di numerosi impianti, unita alla forte densità zootecnica e alla diffusione delle Zone Vulnerabili ai Nitrati, rende la gestione dell’azoto un tema ambientale e agronomico di primo piano.

In un territorio di questo tipo, il digestato non è una matrice marginale. È parte integrante del ciclo produttivo agricolo ed energetico. Da un lato consente di valorizzare reflui zootecnici, sottoprodotti e biomasse; dall’altro genera una quantità significativa di azoto che deve essere distribuita nel rispetto dei limiti normativi e delle esigenze reali delle colture.

La questione, quindi, non è soltanto “quanto digestato viene prodotto”, ma quanto azoto contiene, in quale forma chimica e con quale disponibilità agronomica.

Il digestato non è una matrice standard

Uno degli errori più frequenti nella gestione del digestato è trattarlo come se avesse una composizione costante. In realtà, le sue caratteristiche possono variare sensibilmente in funzione di diversi fattori: matrici in ingresso, rapporto tra reflui e biomasse, efficienza del processo anaerobico, tempi di ritenzione, eventuale separazione solido/liquido, modalità e tempi di stoccaggio.

Per questo motivo, due digestati provenienti da impianti apparentemente simili possono presentare valori differenti di azoto totale, azoto ammoniacale, sostanza secca, sostanza organica, pH e conducibilità.

Questa variabilità ha conseguenze pratiche importanti. Un digestato con elevata quota di azoto ammoniacale avrà un effetto fertilizzante più rapido, ma sarà anche più sensibile a fenomeni di volatilizzazione e perdite ambientali. Una frazione solida separata, invece, potrà avere un contenuto più elevato di sostanza secca e sostanza organica, con un comportamento diverso nel suolo.

Azoto totale e azoto ammoniacale: perché distinguerli

Nella caratterizzazione del digestato, la determinazione dell’azoto totale è fondamentale per il bilancio agronomico aziendale. Tuttavia, da sola non basta.

Il parametro che consente di comprendere meglio il comportamento agronomico della matrice è l’azoto ammoniacale. Durante la digestione anaerobica, infatti, una parte dell’azoto organico viene trasformata in forma ammoniacale. Questo rende il digestato una matrice con una quota di azoto prontamente disponibile per le colture.

Dal punto di vista agronomico, questo è un vantaggio: il digestato può contribuire in modo efficace alla nutrizione azotata, riducendo il ricorso a fertilizzanti minerali. Ma dal punto di vista ambientale richiede attenzione, perché l’azoto ammoniacale è anche la frazione più esposta a perdite per volatilizzazione, soprattutto se la distribuzione non avviene con tecniche, tempi e condizioni adeguate.

Ecco perché il dato analitico è determinante. Non basta conoscere il volume distribuito: serve sapere quanti chilogrammi di azoto vengono realmente apportati al terreno e quale quota è immediatamente disponibile.

Pianificazione agronomica: il dato analitico come base tecnica

Il Programma d’Azione Nitrati richiama la necessità di utilizzare le matrici contenenti azoto in conformità ai fabbisogni quantitativi e temporali delle colture. Questo significa che la distribuzione deve essere programmata tenendo conto sia dei limiti normativi sia dell’effettiva capacità della coltura di utilizzare l’azoto apportato.

In questo contesto, l’analisi del digestato diventa il punto di partenza per una gestione corretta. Permette di costruire un bilancio dell’azoto più preciso, evitare sovradosaggi, ridurre il rischio di lisciviazione dei nitrati e valorizzare la matrice come risorsa fertilizzante.

Un piano di distribuzione basato su valori stimati può essere poco rappresentativo della realtà aziendale. Al contrario, una caratterizzazione analitica aggiornata consente di lavorare su dati reali e quindi di prendere decisioni più solide.

Digestato, qualità delle acque e qualità dell’aria

Il tema nitrati viene spesso associato esclusivamente alla protezione delle acque. In realtà, il nuovo quadro regionale richiama anche la tutela del suolo e la salvaguardia della qualità dell’aria.

Questo aspetto è importante perché la gestione dell’azoto non riguarda solo il rischio di contaminazione delle falde. Una quota dell’azoto ammoniacale può essere persa in atmosfera sotto forma di ammoniaca, soprattutto in caso di distribuzione superficiale, temperature elevate, vento o tempi lunghi prima dell’interramento.

La corretta conoscenza della composizione del digestato permette quindi di valutare meglio non solo l’apporto agronomico, ma anche il potenziale impatto ambientale della distribuzione.

Il ruolo del laboratorio

Per L.A.C., laboratorio che opera nell’ambito delle analisi ambientali, delle matrici organiche, dei rifiuti, dei fanghi, del biogas e del biometano, il tema del digestato rappresenta un punto di incontro tra agronomia, chimica analitica e gestione ambientale.

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L’analisi non è un passaggio accessorio. È lo strumento che consente di trasformare una matrice complessa in informazioni utilizzabili: concentrazione di nutrienti, caratteristiche chimico-fisiche, composizione della frazione solida o liquida, parametri utili alla valutazione agronomica e gestionale.

Nel caso del digestato, questo significa supportare aziende agricole, gestori di impianti e tecnici nella lettura corretta della matrice e nella predisposizione di scelte coerenti con la normativa e con le esigenze operative.

Dal sottoprodotto alla matrice da valorizzare

Il digestato è oggi al centro di una transizione culturale e tecnica. Non può essere visto solo come materiale da gestire, ma nemmeno può essere valorizzato senza controllo. Il suo potenziale agronomico dipende dalla conoscenza puntuale della sua composizione.

In Lombardia, dove la produzione di biogas e biometano è fortemente integrata con il sistema agricolo e zootecnico, questa consapevolezza è ancora più importante. La sostenibilità della filiera non si misura solo nella produzione di energia rinnovabile, ma anche nella capacità di gestire correttamente le matrici in uscita, ridurre le perdite di azoto e proteggere le risorse ambientali.

Il Programma d’Azione Nitrati 2024–2027 conferma quindi una direzione precisa: la gestione dell’azoto deve essere sempre più documentata, misurabile e verificabile.

Per questo la caratterizzazione analitica del digestato non è soltanto un obbligo tecnico o un supporto alla pianificazione: è uno strumento essenziale per un’agricoltura più efficiente, una filiera biogas più sostenibile e una gestione ambientale realmente controllata.

L.A.C. S.r.l. supporta aziende, tecnici e gestori di impianti nella caratterizzazione analitica di digestati, fanghi, rifiuti e matrici organiche, fornendo dati utili alla valutazione tecnica, agronomica e ambientale.